Chi cammina oggi tra gli ulivi secolari del Salento, spesso contorti e monumentali, difficilmente immagina quanto sia antico il legame tra questa terra e la pianta che la caratterizza. La storia dell’olivicoltura salentina non nasce con i frantoi che oggi punteggiano le campagne tra Lecce, Brindisi e Otranto, ma affonda le radici in un passato lunghissimo, che attraversa il Neolitico, l’età del Bronzo e il mondo romano. Ripercorrerla significa capire perché, ancora oggi, l’olio prodotto in questa punta d’Italia porta con sé un’identità che nessun’altra regione può vantare allo stesso modo.
Le origini dell’olivo nel Mediterraneo
Prima di raccontare il Salento, occorre allargare lo sguardo all’intero bacino del Mediterraneo. L’olivo coltivato che conosciamo oggi discende da una pianta selvatica, l’oleastro, diffusa da millenni lungo le coste che vanno dal Nord Africa alla penisola iberica, passando per il Vicino Oriente. Gli studiosi collocano la sua prima vera domesticazione nel Levante meridionale, tra gli odierni Israele, Palestina e Giordania, in epoca calcolitica: i ritrovamenti più antichi, risalenti a circa il 3750 a.C., provengono dal sito di Tuleilat el-Ghassul, a nord del Mar Morto.
Da lì, secondo la ricostruzione più diffusa, la coltura si sarebbe propagata verso Siria, Turchia, Cipro e Creta, per poi raggiungere la Grecia continentale e, solo in un secondo momento, il Mediterraneo occidentale. Per lungo tempo si è pensato che l’olivo fosse arrivato in Italia soltanto grazie ai coloni greci, a partire dall’VIII secolo a.C. Le scoperte archeologiche degli ultimi decenni, però, hanno completamente riscritto questa cronologia.
Un’olivicoltura più antica dei Greci
A partire dagli anni Ottanta, l’archeologo Renato Peroni ha sostenuto con forza l’ipotesi di una presenza dell’olivo domestico in Italia già nell’età del Bronzo medio, ben prima della colonizzazione greca, grazie ai contatti sempre più stretti tra il mondo minoico-miceneo e il Mezzogiorno italiano a partire dal XVI secolo a.C. Le prove più convincenti arrivano dal sito di Broglio di Trebisacce, sulla costa ionica calabrese, dove sono stati ritrovati noccioli d’oliva e frammenti di grandi contenitori in ceramica, i cosiddetti doli, databili al XIV-XIII secolo a.C. e compatibili con la conservazione dell’olio su scala che andava ben oltre il fabbisogno di una singola famiglia.
Ed è proprio qui che entra in scena il Salento: strutture simili a quelle di Broglio, riferibili all’età del Bronzo finale, sono state individuate a Roca Vecchia, nel territorio di Melendugno, e a Santa Maria di Leuca, nel comune di Castrignano del Capo. A Roca Vecchia, in particolare, sono stati portati alla luce centinaia di frammenti di doli in ceramica, alcuni dei quali ancora parzialmente interrati nel pavimento di un’abitazione, con evidenti tracce riconducibili alla conservazione dell’olio d’oliva.
Un ulteriore tassello arriva dal sito neolitico di Coppa Nevigata, presso Manfredonia, dove analisi chimiche condotte su frammenti ceramici hanno rivelato la presenza di olio d’oliva già a partire dal XVI secolo a.C., in un contesto che sembra riferirsi a un uso domestico e alimentare. Nel complesso, questi ritrovamenti collocano la Puglia, e in particolare il suo estremo sud, tra le aree italiane in cui la coltura dell’olivo si afferma più precocemente, ben prima che i navigatori greci solcassero lo Ionio.
Il Salento romano: la terra che nutriva il Mediterraneo
È però con l’età romana, e in particolare tra la fine del II secolo a.C. e la fine dell’età repubblicana, che l’olivicoltura salentina raggiunge il suo momento di massimo splendore. Le fonti antiche descrivono la Regio II Apulia et Calabria — nome con cui i Romani indicavano l’area che coincide grosso modo con la Puglia e il Salento — come una delle due grandi zone olivicole della penisola, insieme alla fascia campano-laziale tra Liri e Volturno. Lo storico Dionisio di Alicarnasso arrivò a chiedersi retoricamente se esistesse una terra capace di produrre olive migliori di quelle dei campi messapici, mentre il poeta Orazio mise l’olio di Taranto in competizione diretta con quello, celeberrimo, di Venafro.
Le fonti latine, da Catone a Columella fino a Plinio il Vecchio, citano tra le varietà più pregiate la Olea Sallentina, conosciuta anche come Calabrica: una cultivar che, secondo Catone, prediligeva i suoli fertili e ricchi di sostanza organica come quelli della piana a nord di Brindisi, ma diffusa anche nel Leccese. È lo stesso agronomo Varrone a offrirci un’immagine vivida di questa economia in movimento: carovane di asini che, dall’entroterra pugliese, trasportavano verso la costa carichi di olio, vino e grano, destinati all’imbarco nei porti per raggiungere i mercati del Mediterraneo.
A rendere concreta questa vocazione commerciale è la celebre anfora di Brindisi, un contenitore dal caratteristico corpo globulare prodotto in serie in grandi officine come quelle di Apani e Giancola, poco fuori Brindisi, che impiegavano manodopera specializzata, spesso servile, e che raggiunsero il loro apice produttivo nella prima metà del I secolo a.C. Le fabbriche di anfore erano strettamente legate a vere e proprie aziende agricole di tipo intensivo: si stima, ad esempio, che la proprietà legata all’impianto di Giancola si estendesse su una superficie di circa 800 iugeri, pari a 200 ettari, in gran parte destinati all’oliveto.
L’olio salentino conquista il Mediterraneo
I frammenti delle anfore brindisine, ritrovati dagli archeologi in siti sparsi lungo tutte le coste del Mediterraneo, restituiscono la mappa di una rete commerciale sorprendentemente estesa. Se ne trovano lungo le coste albanesi, nell’alto Adriatico, nella Pianura Padana, ma anche in Spagna e in Gallia. È tuttavia l’Egitto la destinazione più significativa: da Alessandria, dove le anfore salentine giungevano in grandi quantità, l’olio proseguiva il suo viaggio verso la Palestina, Cipro e Creta. Anche il mondo egeo, con i numerosi ritrovamenti ad Atene e soprattutto a Delo, testimonia quanto fosse capillare la diffusione dei prodotti dell’agricoltura apulo-salentina.
Un’iscrizione ritrovata proprio a Delo, databile intorno al 100 a.C., menziona un gruppo di mercanti di olio originari di città dell’area apulo-salentina e lucana, prova ulteriore di quanto fosse consolidata, già in quell’epoca, la presenza di operatori commerciali legati all’olio pugliese sui mercati del Mediterraneo orientale.
Solo a partire dal I secolo d.C. la produzione italica, compresa quella salentina, comincerà progressivamente a cedere terreno di fronte alla concorrenza delle province, in primis quella africana. Ma per almeno un secolo e mezzo, tra la metà del II secolo a.C. e la fine dell’età repubblicana, il Salento fu, a tutti gli effetti, il cuore pulsante dell’olivicoltura italiana, capace di rifornire mercati lontanissimi dalle sue coste.
Un’eredità che continua a vivere
Ripercorrere questa storia aiuta a comprendere perché l’olio del Salento non sia semplicemente un prodotto agricolo, ma il risultato di una tradizione millenaria, capace di attraversare l’età del Bronzo, il mondo romano e arrivare fino a noi. Conoscere questa storia significa dare al proprio olio, e al proprio territorio, il valore che merita.
