Chi si occupa di olio nel Salento conosce bene il peso di due parole: Xylella e clima. Non sono più, da tempo, due emergenze separate: il riscaldamento in corso sta infatti ridisegnando gli equilibri tra piante, patogeni e insetti, e lo sta facendo proprio nella regione che più di ogni altra, negli ultimi dodici anni, ha dovuto imparare a convivere con un batterio capace di cambiare il volto del paesaggio agrario. Vediamo, sulla base dei dati più recenti diffusi da enti di ricerca e osservatori ufficiali, a che punto siamo davvero.
Xylella fastidiosa: a che punto siamo nel Salento
Il primo focolaio ufficiale di Xylella fastidiosa fu individuato nel 2013 nelle campagne di Gallipoli. Da allora, secondo i dati riportati dalla rivista tecnica Olivo e Olio, sono stati estirpati oltre 2,6 milioni di ulivi nel tentativo di contenere l’avanzata del batterio. Oggi il territorio pugliese interessato dall’infezione è suddiviso, secondo la normativa fitosanitaria vigente, in tre fasce: la zona infetta, dove il batterio è stabilmente presente e si applicano misure di convivenza; la zona di contenimento, una fascia più stretta pensata per rallentarne l’avanzata verso nord; e la zona cuscinetto, sottoposta a sorveglianza rafforzata per intercettare tempestivamente nuovi focolai. Un aggiornamento normativo europeo (Regolamento UE 2024/2507) ha inoltre ridotto da 5 a 2 chilometri l’ampiezza della fascia di contenimento, per concentrare meglio le risorse disponibili.
Un dato tecnico interessante riguarda la natura stessa del batterio: in Puglia sono oggi note tre diverse sottospecie, come riportato da un’inchiesta pubblicata da Il Post: la ST53 (pauca), la più aggressiva, storicamente concentrata nel Salento; la ST1 (fastidiosa), che colpisce anche vite e mandorlo; e la ST26 (multiplex), individuata più recentemente nelle aree settentrionali della regione. Nel corso del 2025 sono stati segnalati nuovi focolai al di fuori dell’areale storico, in particolare nel Barese, nel Foggiano e verso il confine con la Basilicata, sebbene la velocità di diffusione risulti oggi nettamente inferiore rispetto ai primi anni dell’epidemia. Gli enti di ricerca, tra cui il CNR – Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante, attribuiscono questo rallentamento a una combinazione di fattori climatici meno favorevoli al vettore nelle aree più a nord e a un miglioramento delle pratiche di monitoraggio e contenimento messe in campo dalla Regione Puglia.
Il cambiamento climatico ridisegna anche l’equilibrio con la mosca dell’olivo
Se la Xylella è la minaccia più nota, il clima sta modificando in profondità anche la pressione esercitata da un parassita storico come la mosca dell’olivo (Bactrocera oleae). Gli inverni più miti, secondo quanto rilevato dai centri di ricerca specializzati in olivicoltura, permettono a un numero maggiore di forme svernanti dell’insetto di sopravvivere, anticipando lo sviluppo vegetativo delle piante e rendendo le drupe recettive agli attacchi con più anticipo rispetto al passato.
Il quadro, tuttavia, non è univoco. Nella campagna 2025-2026, secondo l’analisi congiunta di Coldiretti Puglia, Unaprol e PugliaOlive ripresa da FruitJournal, l’estate particolarmente calda e siccitosa ha da un lato costretto molte aziende a irrigazioni più frequenti e onerose, ma dall’altro ha effettivamente contribuito a frenare la diffusione della mosca olearia, preservando buona parte del raccolto destinato alla molitura. Il risultato è stato un aumento della produzione regionale di circa il 50% rispetto alla campagna precedente, anche se nelle province di Taranto e Brindisi la Xylella ha continuato a pesare sulle quantità raccolte rispetto alle medie storiche. Un esempio concreto di come, oggi, la difesa fitosanitaria non possa più prescindere da un monitoraggio costante dell’andamento climatico stagione per stagione.
Le cultivar che mostrano maggiore tolleranza
Sul fronte della ricerca varietale, gli studi disponibili non parlano di vere e proprie resistenze genetiche, ma di forme di tolleranza nei confronti di alcune delle principali avversità. Varietà come Leccino, FS-17 (Favolosa) e Leccio del Corno hanno mostrato, in diversi studi e osservazioni di campo, un comportamento migliore rispetto ad altre in presenza di Xylella fastidiosa, mentre altre cultivar, come Caiazzana o Nocellara del Belice, mostrano una maggiore tolleranza ai danni causati dalla mosca dell’olivo. Si tratta di un ambito di ricerca ancora molto attivo, che coinvolge il CNR e le principali organizzazioni di produttori olivicoli italiani, impegnate anche a semplificare l’iter di autorizzazione delle nuove cultivar tolleranti per accelerarne la diffusione tra gli agricoltori.
Un settore che si adatta: i numeri dell’olivicoltura pugliese
Nonostante le difficoltà, l’olivicoltura resta un pilastro dell’economia regionale. Secondo i dati diffusi da Coldiretti Puglia, Unaprol e PugliaOlive, la Puglia conta oggi circa 370.000 ettari coltivati a oliveto, 148.000 aziende attive e un patrimonio di circa 60 milioni di piante, pari a circa il 40% della superficie olivetata del Sud Italia e a circa il 32% di quella nazionale, per un valore della produzione lorda vendibile che supera il miliardo di euro. Numeri che, letti alla luce degli ultimi dodici anni di emergenza fitosanitaria, raccontano soprattutto la capacità di adattamento di un intero comparto, chiamato a coniugare tradizione, ricerca e nuove pratiche agronomiche.
Prevenzione, ricerca e monitoraggio: la strada da percorrere
Il quadro che emerge dai dati più aggiornati è quello di un’olivicoltura salentina che ha imparato, spesso a caro prezzo, a convivere con minacce che fino a pochi anni fa erano sconosciute o marginali. Il rallentamento della diffusione della Xylella verso nord, la crescente disponibilità di cultivar più tolleranti e un monitoraggio fitosanitario sempre più capillare sono segnali incoraggianti, ma la sfida resta aperta: il cambiamento climatico continua a introdurre variabili nuove, e la capacità di trasferire rapidamente i risultati della ricerca scientifica al lavoro quotidiano nei campi resterà, anche nei prossimi anni, uno dei nodi decisivi per il futuro dell’olio del Salento.
